Articoli

femina ridens – Gardi Hutter e Hanna - Laudatio di Charlotte Gschwandtner

Vorrei cominciare il mio discorso prendendo in prestito le parole di Gardi Hutter stessa.

»Dopo la rappresentazione spettatori entusiasti, occhi che brillano, complimenti...e poi, alla fine, la domanda: Ma lei fa anche vero teatro?

Alle volte faccio la scema, chiedo, cos’è vero teatro? Faccio teatro sbagliato? So che è il teatro parlato a essere considerato il vero teatro, e in genere l’arte vera è considerata più vera quando meno si capisce. Noi clown facciamo soltanto ridere, siamo pagliacci, intrattenitori – non veri attori. La grande differenza però è soprattutto quella che noi stessi siamo i nostri autori e inventori di figure, e non interpretiamo solamente quello che altri scrivono per noi.«

Gardi Hutter lavora come clown. Ma il suo clown ha poco a che fare con il concetto odierno del clown, non è un clown del circo o che intrattiene i bambini a una festa di compleanno. È un clown teatrale. Così, Gardi Hutter si colloca dentro una tradizione di tanti antenati, portata avanti da attori di generazioni diverse.

Il termine inglese »clown« è antico, come lo è la sua arte. Le prime fonti scritte del termine si trovano dagli anni sessanta del Cinquecento in poi. Si presume che abbia radici scandinave. Il suo campo semantico si estende da »imbranato/cialtrone« a »zolla/grumo/bozzo«. Oggi conosciamo i clown innanzitutto dal teatro elisabettiano e dai drammi di Shakespeare.

L’arte di Gardi Hutter segue dunque le orme di una lunga, antica tradizione. Una tradizione ricca e variopinta e che si manifesta in tantissime filiazioni e variazioni, fra le quali senz’altro i comici dell’arte, i buffoni o gli zanni italiani. »Zanni« proviene dal vezzeggiativo di Giovanni: vediamo come la figura di Gardi Hutter, Hanna, vezzeggiativo del nome tedesco Johanna = Giovanna, già col nome s’innesta in quella tradizione.

Questi attori – acteurs – facevano un teatro diverso rispetto a quello che ai giorni nostri è considerato il »vero teatro«. Questo teatro è determinato e fatto da figure che non sono mirate a un’imitazione di individui e caratteri umani che sia il più verosimile possibile. Non fanno riferimento alla realtà quotidiana ma appaiano sul palco da un altro mondo: Queste figure nascono dalle esperienze d’innumerevoli generazioni, da miti e leggende antichissime, da racconti vecchi quanto l’umanità.

Così anche Hanna, la figura di Gardi Hutter, è un’invenzione d’arte, è nata dalla prassi, plasmata in infinite sperimentazioni e prove. Raccoglie in sé le saggezze di tante generazioni, il sapere antico degli antenati e l’immaginario dei nostri tempi.

Questa figura o maschera è sempre la stessa, tuttavia appare continuamente diversa, trasformata, cioè dispone di una molteplicità di personaggi: Hanna compare nei panni di una lavandaia – che poi si trasforma nella eroina Giovanna d’Arco – , di una suggeritrice, di una sarta, persino di un animaletto, un topo.

Hanna è facilmente riconoscibile per via del suo naso – famoso attributo da clown – e dei suoi capelli disordinati. Inoltre Hanna ha una pancia enorme, una protrusione straordinaria – teniamo presente il campo semantico del termine clown – che la colloca al fianco di maschere come quella dello zanni Pulcinella, e che esplicita come non si tratti di un corpo naturale. È un corpo artificiale e contemporaneamente un corpo vissuto, aperto, in continua relazione con il mondo: nelle protrusioni delle maschere risiede, infatti, una loro potenza. Il ventre di Pulcinella indica tra l’altro la sua fame atavica. Anche per Hanna la fame è così esistenziale che, nelle vesti del topo, trascorre la vita intera davanti a una trappola in cui è appeso un pezzo di formaggio. Ama talmente tanto questo pezzo di formaggio da cantargli una serenata d’amore.

Questo corpo pesante e gonfio di Hanna determina il suo modo di muoversi, a volte la sua pancia diventa addirittura ostacolo. Da un momento all’altro però questo corpo può acquisire una leggerezza e una agilità sorprendenti e Hanna sfreccia sul palco con una velocità impressionante, non però senza poco dopo incorrere in altri capitomboli. Le sue inevitabili e innumerevoli cadute ribaltano le regole del controllo corporeo e dello spazio.

Hanna usa raramente un linguaggio verbale ma, insieme alla gesticolazione, si esprime con una sua lingua, una sorta di grammelot, un parlare costituito da rumori, onomatopee, gerghi, una tecnica attoriale raffinata e molto antica. È una lingua che nella sua incomprensibilità è, di fatto, comprensibile a tutti. Con il suo linguaggio Hanna sfugge alle norme del logos e della ragione, produce una plurivocità e mette in questione la gerarchia fra corpo e mente.

Il teatro di Gardi Hutter è ricco di giochi e scambi tra soggetti e oggetti: il giornale inglese diventa una bustina di tè, il mucchio del bucato si trasforma in avversario oppure in complice, la coda del topo diventa aureola, arma, strascico della sposa. Si sciolgono le strette separazioni fra soggetto, oggetto, materia viva e morta, le parti del mondo non sono ordinate in modo stabile e gerarchico. Hanna, vivendo nel suo mondo, riesce a mettere in gioco l’ordine egemone costruito nel nostro mondo.

Non solo il corpo di Hanna è contrassegnato da una profonda ambiguità: La sua buffa stupidità e goffaggine trasformano il suo ambiente e le sue attività quotidiane in campi di battaglia, ma allo stesso modo ogni volta riesce a liberarsi dai guai con una trovata ingegnosa: incastrata nel cesto del bucato, la lavandaia se ne libera finalmente battendo gambe e piedi dentro di esso. È allegra e disperata insieme: Con tante astuzie la suggeritrice ha arrangiato la sua vita nel minuscolo spazio sotto il palco del teatro – si è addirittura costruita una splendida vista sul mare! – e con altrettanta autocommiserazione si lamenta della sua misera condizione. Si dimostra pietosa per il pupazzo di carta che la implora per la sua vita, solo per tagliargli il filo vitale in un momento successivo.

Hanna è buona e crudele, furba e tonta, agile e letargica, coraggiosa e ansiosa, tutto insieme.

Questo tipo di teatro racconta in modo ludico e sensuale, e attraverso una comunicazione aperta col pubblico, delle necessità fondamentali, delle condizioni e delle paure esistenziali dell’essere umano – fame, lavoro, violenza, isolamento, speranza – per comunicare finalmente l’angoscia più grande di tutte le angosce: la morte.

La morte è un momento costante negli spettacoli di Gardi Hutter e nelle avventure di Hanna: l’urna con le ceneri dell’amato e compianto come interlocutore, il tentativo (vano) della suggeritrice di suicidarsi con una spada giocattolo recuperata tra gli oggetti di scena, la lotta tenace della sarta per scappare dalla morte imminente (un’ultima sigaretta, l’ultimo pasto, un’ultima storia d’amore!). D’altra parte Hanna sopravvive degli incidenti che noi umani faremmo fatica a sopravvivere. E, alla fine di ogni racconto, Hanna muore. Muore per tornare di nuovo vivacissima nel prossimo spettacolo.

Hanna, come tanti suoi colleghi da Arlecchino a Pulcinella, raccoglie e concilia dentro di sé le opposizioni che nel nostro mondo sono spesso incompatibili, fino all’opposizione più grande, quella inevitabile per tutti, quella della vita e della morte. Queste figure ne sono in grado perché non sono del nostro mondo, ma comunicano con noi da una posizione liminale da cui possono relativizzare le miserie del nostro mondo. Attraverso la nostra risata sollevata, si relativizzano quelle paure per quel momento magico dello spettacolo vissuto insieme dall’attore, dalla sua figura e dal pubblico.

Ho detto che l’arte di Gardi Hutter segue le orme di una lunga, antica tradizione, ma allo stesso momento lascia le proprie orme indissolubili sul terreno. Uno dei suoi meriti è aver cercato, trovato e creato la propria figura – inoltre una figura femminile, cosa tutt’altro che scontata, quasi una »zagna« – una figura nell’antica tradizione dei comici e che da oltre trent’anni fa divertire, piangere, ridere, stupire, meravigliare il suo pubblico.

»In tante interviste mi chiedono se mi importano più i contenuti o il divertimento. Questo è assurdo. Le due cose sono coniugate. È questo che rende gli attori attori e non oratori. Teatro è il raccontare sensuale, corporale, simbolico, magico, energetico, commovente, spirituale, gaio, comico, catalizzante di fantasie collettive che sono in continuo mutamento – dunque di antichi e nuovi miti.«